Presidenza Diocesana
Con il Vaticano II nel nuovo Millennio
1) L’Azione Cattolica e il Concilio
Che il Concilio Vaticano II sia sempre stato un punto di costante riferimento per l’Azione Cattolica è un fatto chiaro e incontrovertibile. Il riferimento al Concilio ha accompagnato il percorso associativo i diversi momenti di passaggio tanto da essere preso come “programma” nella fase del recente rinnovamento che ha portato al nuovo Statuto e nuovo Progetto formativo. Ed è stato proprio in occasione di questa stagione che si è pensato di realizzare la Mostra itinerante che in questi giorni è ospite nell’atrio dell’Antico Seminario, per volontà del nostro Arcivescovo. Non solo perché l’Azione Cattolica, come una delle poche
realtà laicali organizzate preconciliari, ha alimentato al suo interno le idee stesse del Concilio, particolarmente su quella che è stata l’ecclesiologia conciliare, nella parte dove si ripropone la nuova visione del Popolo di Dio, del trimunere battesimale e quindi del sacerdozio universale. È stato lo stesso Concilio che cita l’Azione Cattolica come esempio di impegno per fini propriamente apostolici. Un esempio da dopo il Concilio non più quasi isolato, lo fa in maniera esplicita quando nell’Apostolicam Auctositatem parla dei laici
organizzati che operano in stretto contatto con la gerarchia «a guisa di corpo organico».
A tale mandato l’Azione Cattolica ha sempre cercato di tenere fede, senza perdere di vista, in nessun momento, la propria identità e la metà che deve raggiungere, sia singolarmente che comunitariamente: la santità. Proprio in linea con la propria missione negli anni seguenti al Concilio, sotto la presidenza del compianto martire Vittorio Bachelet, l’Ac si è data un nuovo Statuto e una
nuova organizzazione. Sono gli anni in cui nascono i due Settori e l’ACR nelle sua forma attuale. Ma sono gli anni in cui l’Associazione, anche con un certo sacrificio, fa la “scelta religiosa”. In quel momento una scelta necessaria e dovuta. In questo ultimo periodo, penso, che stia venendo fuori una nuova rilettura di quella “scelta religiosa”, che allora portò il laicato ad un impegno più
intra-ecclesiale. Sulla spinta del rapido cambiamento della società mondiale ed italiana, e sulla conseguente spinta del Magistero, si sta tentando di vedere i segni di questo tempo e reimpostare l’impegno dell’Azione Cattolica e dello stesso laicato organizzato. Basta vedere lo stesso Manifesto proposto dal Consiglio nazionale in occasione di questo 140° anno associativo che porta ad una rilettura missionaria della “scelta religiosa”, porta ad impegno sì formativo in base alle fasce di età, ma che deve portare ad un dovere sociale e, se vogliamo, pre-politico. Potrebbe essere una scelta in linea con la storia dell’Azione Cattolica e del laicato organizzato italiano che nei momenti di passaggio, anche tragici come nel passato o di vuoto rappresentativo, sia partitico che sindacale, come nel presente, ha preso sulle proprie spalle i problemi, le speranze e il futuro della persona, del cittadino italiano. Per fare questo non si dovrebbe aver paura; ma il coraggio di “dire e fare qualcosa di cristiano”.
Di questo nuovo disegno si sta parlando tanto in questo ultimo periodo. Da Verona in poi, in modo particolare. Basta leggere i diversi interventi dei vescovi, dello stesso Pontefice nel messaggio inviato alla recente Settimana sociale. Lo stesso Mons. Fisichella che sarà con noi il prossimo 13 novembre nel suo recente testo: Nel Mondo da credenti, Le ragioni dei cattolici nel dibattito politico italiano (Mondadori, 2007). invita ad evitare di chiudersi, e presenta le ragioni di un nuovo impegno nei confronti di chi vorrebbe isolare la fede dalla vita o relegare l’impegno dei cattolici al solo ambito delle emergenze sociali, almeno fino a quando questo non rappresenta un pericolo. Ma di inviti in questo senso, sia per un ritorno al Concilio, sia ad un maggiore impegno nella realtà temporale è ricca l’ultima lettera pastorale dell’Arcivescovo: “Nel solco del Concilio. Un laicato più adulto”.
2) La diocesi di Lecce e il Concilio
«È urgente una rivisitazione del Concilio, perché i documenti conciliari appartengono al presente e al futuro della Chiesa»3, scrive l’Arcivescovo. E naturalmente aggiunge la speranza che l’occasione della mostra possa essere un primo momento di riflessione, che il Concilio possa diventare un costante punto di riferimento, non solo in questo d’anno pastorale. Come non cogliere l’idea dell’istituzione di una o più cattedre del Concilio, sulla scia dell’esperienza di Cracovia. Un momento di attenzione che sia anche occasione propulsiva per incarnare quanto di valido e profondo esprimono ancora le Costituzioni conciliari e i documenti che da esse ne discendono. La sede ideale per queste cattedre dovrebbero essere gli Uffici pastorali e i Consigli pastorali, in modo da creare un legame forte tra principi e realtà concreta, sia essa ecclesiale, sia sociale. Ma sono queste sedi, che sono anche due dei frutti concreti del spirito conciliare, che potrebbero non rispondere alle aspettative perché i primi, nonostante tutti gli sforzi, si ritrovano staccati dalle realtà parrocchiali, per la mancanza del senso di appartenenza alla chiesa universale o alla diocesi; i secondi perché in tantissime realtà non esistono o, se esistono, non svolgono la funzione che dovrebbero svolgere.
» Il Sinodo diocesano
Per tornare al Concilio oltre alle cattedre è necessario fare esperienza del Concilio. E in questo campo abbiamo la nostra comune esperienza. Per noi significa tornare a quella esperienza sinodale che per 6 anni ci ha visti impegnati in un lavoro di approfondimento, andato avanti su due direttrici, una interna e una esterna. La prima partiva dal Concilio per arrivare alle realtà parrocchiali e associative; la seconda partiva dall’analisi e lo studio della realtà territoriale e portava all’incontro con l’uomo che ci sta accanto. Voglio riproporre alla memoria di tutti la prima fase del Sinodo che, almeno personalmente, mi ha permesso di vivere l’entusiasmo della preparazione, animazione e raccolta di tutto ciò che sarebbe stata la fase celebrativa. Ricordo ancora quando con i Lineamenta si andava ad incontrare le comunità parrocchiali per riproporre, sottolineare, far conoscere o osservare e raccogliere, i frutti del Concilio tra la nostra gente. È stato quello un esempio di “cattedra del Concilio”, di esperienza conciliare che ha appassionato tanti, che a tanti altri ha fatto conoscere il Concilio, e che a tanti altri ancora ha permesso di proporre linee, percorsi, di condividere speranze, disegni. Un fatto che S.E. l'Arcivescovo ha colto e sottolineato quando scrive: «la Costituzione sinodale, l’atto legislativo più importante del suo ministero episcopale, è sottoscritto e approvato dal Vescovo… ma è frutto della comunione di tutti, il risultato di una sinodalità intensa e prolungata… che ci ha fatto camminare insieme».
» Universalità e diocesanità
L’Arcivescovo pone in evidenza il fatto che è lo Spirito Santo che fa, anima e guida la Chiesa nella sua missione evangelizzatrice (p.22), ma pone in risalto come con il tempo questa verità sia stata dimenticata tanto che “il fare nella Chiesa” ha preso il posto “dell’essere Chiesa”. Esempi di questa tendenza sono diversi. Voglio sottolinearne solo due in questo momento:
a) - il non curare l’appartenenza alla Chiesa universale e poi diocesana, per rinchiudersi in una più consolatoria sfera parrocchiale o, più radicalmente, in una piccola isola rappresentata dal movimento, associazione o gruppo. Come si fa ad essere membra di un corpo animato dall’unico datore di vita, se si preferisce illudersi di vivere bene da soli? Diocesanità è avere a cuore l’appartenenza alla Chiesa, alla Chiesa locale; è essere afflitti per ciò che si vede; è scontrarsi con la realtà, con la mancanza di dialogo e per questo non sembra esserci consolazione. È in queste occasioni che c’è da chiedersi: Laici adulti nella Chiesa: esserci o non esserci? E da qui l’unica risposta: Esserci! Perché altrimenti il Popolo di Dio non può esserci?
b) - Il secondo esempio, quindi, è quello che vede la vita della parrocchia chiusa in se stessa staccata anche dalla realtà territoriale in cui opera. Continuando a vivere come se fosse un’agenzia di servizi “sacramentali”, con orari d’ufficio ben fissi, con proposte di catechesi uguali nel tempo e in perenne attesa, la comunità parrocchiale vive ignarando un mondo che è in continuo cambiamento. In questi
giorni in un film (La ricerca della felicità, di Muccino), un bambino raccontava al padre in perenne crisi occupazionale, questa storia: un naufrago stava in mezzo al mare e chiedeva aiuto. Si avvicina la prima barca per salvarlo, ma lui la manda via dicendo: «Il Signore mi salverà!». Passa una seconda barca e anche questa viene mandata via con la convinzione che Dio verrà a salvare il naufrago. Dopo un po’ il naufrago muore e va in cielo. Incontrando Dio gli rimprovera il fatto di non averlo salvato nel momento del bisogno. Il Signore gli risponde: “Ma io ti ho mandato due barche!”. Quante volte ci capita di non riconoscere lo Spirito che soffia dagli angoli delle strade e delle piazze, mentre noi stiamo aspettando che entri nelle nostre sale parrocchiali “a porte chiuse”. E «mentre a Roma si discute, Sagunto cade!»
3) Far decollare il Concilio!
In questi giorni non stiamo facendo una verifica del Concilio, quanto invece ci stiamo chiedendo cosa ancora ci dice il Concilio? Quali aspetti non sono stati incarnati nella realtà di oggi e cosa manca a far decollare il Concilio?
» Popolo di Dio
Sono tante e diverse le immagini bibliche che il Concilio usa per rappresentare la Chiesa. Questa sera vorrei farne mia una, quella della barca. La Chiesa la vedo come una triremi, spinta dalla Sacra Scrittura, dalla Tradizione e dal Magistero; il comandante della nave è ancora Pietro che guidata con braccio fermo; il Vento dello Spirito la sostiene tra le onde del mare: il tempo e il territorio all’interno dei quali si vive; i passeggeri sono l’unico Popolo di Dio, che tende verso il porto di approdo naturale, la santità. Questo Popolo ha un fattore che lo unisce, l’aver avuto l’opportunità, la forza, la grazia di salire sulla barca e di rimanerci, nonostante i marosi e nonostante i pirati. Tutti concorrono nell’aiutarsi e nello stimarsi a vicenda. Tutti sono necessari perchè tutti hanno
la stessa speranza.
» La Corresponsabilità
Guai a quella barca dove nessuno fa nulla o dove tutti fanno la stessa mansione. C’è il rischio di non uscire mai dal porto, o di perdere la rotta o di seguire le indicazioni delle sirene. Sulla strada della corresponsabilità bisogna fare ancora molta strada6 ci ricorda la Lettera ai Laici della Cei. Ma è su questo aspetto che ci dobbiamo sforzare. I tempi sono cambiati, ma ancora molti di noi fedeli laici non conoscono il loro ruolo sulla nave e il compito, la missione nella vita. Ma quello che lascia ancora più perplessi è il fatto che il problema della mancanza di corresponsabilità non è data dal laicato, anche se il laicato resta un alibi. Più che questione laicale, un giorno arriveremo a confrontarci sulla questione clericale. Nonostante i laici dopo il Concilio siano cresciuti in formazione ed impegno, tale impegno lo hanno “chiuso” tra le banchine del porto. Spesso noi laici abbiamo cercato di compensare le nostre ansie di realizzazione in luoghi che non includevano alcuna testimonianza esterna. Anche molta della formazione era per l’interno, ammette l’Arcivescovo nella Lettera pastorale. Ma è pur vero che a differenza del periodo pre-concilaire quando i laici non avevano voce in capitolo e se parlavano venivano messi da parte e invitati a chiudersi nell’Aventino con un “raffreddore”, oggi hanno il “capitolo”, la formazione, ma non hanno la voce. Essere laici adulti significa tornare ad occuparci del mondo con tenacia, perseveranza e discrezione. La Lettera a Diogneto, anche in questo caso rimane sempre attuale: “come è l'anima nel corpo, così nel mondo sono i cristiani. L'anima è diffusa in tutte le parti del corpo e i cristiani nelle città della terra. L'anima abita nel corpo, ma non è del corpo; i cristiani abitano nel mondo, ma non sono del mondo. L'anima invisibile è racchiusa in un corpo visibile; i cristiani si vedono nel mondo, ma la loro religione è invisibile”.
Antonio Rollo
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